Maria Antonietta Coscioni va in giro per l’Italia a trovare clienti, tra i malati, da convincere per assicurare loro, in nome della libertà, un “protocollo di uscita” davvero mozzafiato. Questa donna dice nell’ultimo anno di essere stata colpita da avvenimenti di grande significato emotivo, la morte del marito Luca Coscioni che ha rifiutato la tracheotomia per dire basta alla vita, la nomina a Presidente dei Radicali italiani al fianco della “coppia di fatto” Pannella-Bonino, infine gli ultimi 88 giorni di vita di Pier Giorgio Welby, prima che il Dottor Marco Riccio ne causasse volontariamente e deliberatamente la morte. Adesso eccola arrivare a Genova gridando subito “una legge per l’eutanasia”. Ci prende in giro la Signora di 36 anni, bella e volitiva, perché non vuole dire che ai Radicali della vita dell’uno piuttosto che dell’altro malato non interessa nulla se non l’usarli per ottenere la legalizzazione di un diritto a morire che mai potrà diventare tale. Perché in Italia ad un diritto che viene concesso corrisponde sempre un dovere da parte delle Istituzioni di garantirlo, e grazie a dio, nessuno può specializzarsi in medicina per somministrare la morte. D’accordo con il Cardinale Martini laddove sottolinea che l’accanimento terapeutico è la terapia sproporzionata rispetto alla condizione del malato, ma l’eutanasia resta un omicidio. La grande vedova che gira anche come conferenziera ci vuole convincere che l’eutanasia sia una via di uscita dalla sofferenza, ma, in nome del diritto alla libertà, si vuole annullare il fondamento stesso della libertà, che è la vita. Resta la strada delle cure palliative e delle terapie del dolore, oggi molto avanzate, ma di cui non si come mai, la Signora Coscioni e tutto il suo staff non fanno cenno alcuno. Probabilmente la gestione della morte è più interessante della gestione della vita. Non ci sono, è vero, solo le sofferenze fisiche ma anche quelle psichiche ed emotive alle quali dobbiamo cercare di trovare risoluzione senza cedere alla tentazione della morte. Dare un senso al tempo della morte non vuol dire né praticare l’eutanasia né eccedere nell’accanimento terapeutico. La vita non deve essere allungata e neppure ridotta, deve solo essere rispettata come un bene di cui ciascuno gode fino alla sua naturale conclusione.
Associzione Coscioni: le nuove pompe funebri del terzo millennio
Maria Antonietta Coscioni va in giro per l’Italia a trovare clienti, tra i malati, da convincere per assicurare loro, in nome della libertà, un “protocollo di uscita” davvero mozzafiato. Questa donna dice nell’ultimo anno di essere stata colpita da avvenimenti di grande significato emotivo, la morte del marito Luca Coscioni che ha rifiutato la tracheotomia per dire basta alla vita, la nomina a Presidente dei Radicali italiani al fianco della “coppia di fatto” Pannella-Bonino, infine gli ultimi 88 giorni di vita di Pier Giorgio Welby, prima che il Dottor Marco Riccio ne causasse volontariamente e deliberatamente la morte. Adesso eccola arrivare a Genova gridando subito “una legge per l’eutanasia”. Ci prende in giro la Signora di 36 anni, bella e volitiva, perché non vuole dire che ai Radicali della vita dell’uno piuttosto che dell’altro malato non interessa nulla se non l’usarli per ottenere la legalizzazione di un diritto a morire che mai potrà diventare tale. Perché in Italia ad un diritto che viene concesso corrisponde sempre un dovere da parte delle Istituzioni di garantirlo, e grazie a dio, nessuno può specializzarsi in medicina per somministrare la morte. D’accordo con il Cardinale Martini laddove sottolinea che l’accanimento terapeutico è la terapia sproporzionata rispetto alla condizione del malato, ma l’eutanasia resta un omicidio. La grande vedova che gira anche come conferenziera ci vuole convincere che l’eutanasia sia una via di uscita dalla sofferenza, ma, in nome del diritto alla libertà, si vuole annullare il fondamento stesso della libertà, che è la vita. Resta la strada delle cure palliative e delle terapie del dolore, oggi molto avanzate, ma di cui non si come mai, la Signora Coscioni e tutto il suo staff non fanno cenno alcuno. Probabilmente la gestione della morte è più interessante della gestione della vita. Non ci sono, è vero, solo le sofferenze fisiche ma anche quelle psichiche ed emotive alle quali dobbiamo cercare di trovare risoluzione senza cedere alla tentazione della morte. Dare un senso al tempo della morte non vuol dire né praticare l’eutanasia né eccedere nell’accanimento terapeutico. La vita non deve essere allungata e neppure ridotta, deve solo essere rispettata come un bene di cui ciascuno gode fino alla sua naturale conclusione.
Eraldo Ciangherotti
Albenga